Il sapere un tanto al chilo

2010-04-28 11:19:24 by Bruno Gianardo

Sarò verboso.

La scorsa settimana ha causato un po' di trambusto la presentazione di uno studio della Corte dei Conti che in pratica ha sancito come le lauree brevi non abbiano prodotto i risultati attesi né in termini di aumento dei laureati né in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa: la quale affermazione, a livello di ovvietà, è equiparabile a "l'acqua bolle a 100 °C".

Il risultato, alla luce della mia esperienza universitaria, non mi stupisce.
Un tempo, una persona che si fosse laureata in ingegneria al Politecnico di Torino disponeva di un bagaglio formativo che gli consentiva di essere decisamente competente su un insieme di materie scientifiche decisamente variegato ed ampio.
Anche molto tempo dopo la laurea, i concetti e i ragionamenti che gli erano stati impartiti rimanevano impressi vividamente nella sua memoria.

Sto parlando di gente laureatasi al più tardi negli anni '70 e buona parte degli '80.

Già quando ho frequentato io ho potuto constatare che le cose stessero andando diversamente, poiché c'era un numero troppo esiguo di docenti dotati delle due caratteristiche necessarie per ottenere un insegnamento efficace: la competenza sulla materia e soprattutto la capacità di trasmettere la conoscenza in modo chiaro.
Molti (non tutti) disponevano della prima, mentre purtroppo quelli in grado di veicolare il concetto in modo chiaro e duraturo si potevano contare sulle dita di una mano.

Troppo sovente si aveva invece a che fare con spiegazioni frettolose, esercitazioni disgiunte dalla parte teorica, professori impreparati perché al primo incarico oppure confusi perché troppo prossimi al pensionamento.
Personalmente ritengo che il miglior metodo per fare in modo che un allievo si imprima in modo netto delle nozioni nella mente è quello di proporre esempi ed esercitazioni pratiche che dimostrino l'applicazione nella realtà dei concetti astratti della teoria.
Ho sempre notato invece - con mia somma difficoltà - uno sbilanciamento verso la parte teorica, sovente frettolosa (verosimilmente a causa di una non adeguata calibrazione dell'ambito di un corso in relazione al tempo a disposizione).

La triste conseguenza è che solo uno sparuto manipolo di miei compagni di corso (ed io non sono tra di loro) a distanza di anni hanno ancora ben chiare e vivide le nozioni ricevute durante i 5-6 anni di corsi universitari.
E per la maggior parte di essi il ragionamento fila perché per lavoro hanno a che fare quotidianamente con le tecnologie che hanno studiato.

Sono ormai 12 anni che non frequento l'ambiente universitario, ma a quanto pare (grazie anche alla deriva della valutazione in "crediti", accumulabili peraltro con corsi laterali di derivazione pseudoumanistica, e ad altre minori rivoluzioni che hanno stravolto l'impianto didattico) la situazione non è sicuramente migliorata.

L'espediente delle lauree brevi è proprio stato presentato per la prima volta durante il periodo in cui ero all'università: alla luce di quanto espresso prima, il fatto di comprimere ulteriormente dal punto di vista temporale il grande ammasso di informazioni mi pareva altamente rischioso.

C'è poi da aggiungere un ulteriore fattore di natura squisitamente procedurale.
Un mio amico all'epoca aveva intrapreso la strada del dottorato, e si trovava a effettuare parte delle interrogazioni durante le sessioni di esame proprio relative alle lauree brevi.
Ebbene, dalla testimonianza sua e dei professori titolari degli esami in questione, pare che i candidati non dimostrassero una preparazione particolarmente brillante (per usare un eufemismo).
Eppure venivano promossi: perché?
Dunque: più iscritti ci sono, più soldi incamera l'Ateneo...però se i corsi sono troppo ardui, i candidati rischiano di demoralizzarsi e di conseguenza gli iscritti di diminuire.
E questo non va bene.
Pertanto è probabile che gli esaminatori fossero stati istruiti affinché "si turassero il naso e mandassero avanti"...il che fornirebbe una logica spiegazione ai risultati desunti dalla relazione della Corte dei Conti.

A latere di queste considerazioni, mi trovo particolarmente d'accordo con quanto espresso nell'editoriale di Metro del 21/04, a cura del sempre ottimo Maurizio Guandalini:

CANCELLIAMO LA LAUREA

E' stata fatta da poco l'ennesima riforma e già se ne dovrà fare un'altra. La Corte dei Conti ha bocciato la laurea breve perché non aumentano i "dottori". Mentre i corsi sono troppi e mal acconciati. Incastrare alla bene-meglio delle mini rivoluzioni, scollegate tra loro, al cambio di ogni ministro della pubblica istruzione, è controproducente.
La stessa Corte dei Conti "segnala" l'incremento delle sedi distaccate e il peso crescente assunto dai professori a contratto.

Per noi è un male la costruzione di una Università in ogni provincia perché invece di fare Sistema (forte soprattutto sul mercato straniero) si preferisce bearsi di micro strutture ininfluenti ma cariche di costi amministrativi. Al contrario pensiamo che tutto il sistema universitario dovrebbe poggiare su professori a contratto e non professori a vita che hanno trasformato l'Università in un parcheggio solo per conservare gli scatti d'anzianità dello stipendio e della pensione.
Così prosperano i baronati e si atrofizza la ricerca e le pubblicazioni, il solo valore competitivo dell'Università.

Le lauree brevi sono il risvolto di una accademia che tanto ha fatto per auto conservarsi, aumentando il business. L'Università è un percorso non obbligatorio. E tale deve rimanere. Chi non è in grado di entrare fa altro.

Per questo i liberal italiani ormai silenti dovrebbero darsi una mossa e chiedere a un governo che si definisce liberale la cancellazione del valore legale del titolo di studio. Come in tutte le democrazie occidentali.

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